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Normativa > Le distanze legali di impianto
LE DISTANZE LEGALI NEL VERDE A CONFINE
di Fiorenzo Pandini – dottore agronomo libero professionista
 
Le norme sulle distanze per gli alberi sono contenute nel codice civile (artt. 892-896).
Vediamo la portata, per quanto possibile, distinguendo due situazioni: quella in cui gli alberi devono essere piantati e quella in cui gli alberi già esistono sul terreno.
L'obbligo di rispettare determinate distanze è rivolto sia ad evitare l'invasione del fondo altrui con radici, sia che gli alberi tolgano luce e vista.
La distanza si misura a partire dal punto della semina o dal profilo esterno del tronco.
Premetto che le espressioni usate dal legislatore sono alquanto infelici dal punto di vista botanico perché egli ha preteso di distinguere le piante a seconda che esse siano di alto fusto, di medio fusto o arbusti, senza rendersi conto che lo sviluppo di una pianta non può essere determinato in astratto, ma solo in relazione alle concrete condizioni climatiche ed alle modalità di coltivazione.
Anche la nozione di arbusto è, spesso, solo orientativa perché molti di quelli che noi consideriamo arbusti sono in realtà, se lasciati crescere senza vincoli, veri alberi di grandi dimensioni.
E’ il caso di certe specie di Photinia, Buxus, Carpinus, e Cornus capaci di raggiungere i 7-8m di altezza.
La conseguenza di questo fatto è grave sul piano giuridico: significa che l'obbligo di rispettare le distanze (o il diritto di chiederne il rispetto) non sempre scatta nel momento di piantagione, ma solo nel momento in cui è chiaro che essa si avvia ad essere un albero piuttosto che un arbusto.
Ha detto la Cassazione: “…gli alberi di alto fusto che, a norma dell'art. 892, n° 1 codice civile, debbono essere piantati a non meno di tre metri dal confine, vanno identificati con riguardo alla specie della pianta, classificata in botanica come "di alto fusto", ovvero, se trattisi di pianta non classificata come di alto fusto, con riguardo allo sviluppo da essa assunto.
Gli alberi di alto fusto che, a norma dell'art. 892, debbono essere piantati a non meno di tre metri dal confine, vanno identificati con riguardo alla specie della pianta, classificata in botanica come "di alto fusto", ovvero, se trattisi di pianta non classificata come di alto fusto, con riguardo allo sviluppo da essa assunto in concreto, quando il tronco si ramifichi ad un'altezza superiore a tre metri ( n. 21865 del 26 febbraio 2003”).
Nuovi impianti
La situazione è regolata dall'art. 892 il quale ci dice che chi vuol piantare o seminare alberi in vicinanza del confine deve osservare le distanze stabilite da regolamenti od usi locali oppure, se questi mancano, le seguenti distanze:
a) per le piante di alto fusto quali noci, castagni, querce, pini, cipressi, olmi, pioppi, platani, ecc… la distanza minima è 3,0 m dal confine. Diciamo quindi, a lume di naso, e tenuto conto degli esempi proposti dal legislatore, che sono di alto fusto (e nella nozione di fusto vanno comprese le ramificazioni principali) le piante che, nella zona climatica in cui vengono piantati, supereranno agevolmente i 6-7 m di altezza complessiva o che hanno un tronco, prima delle biforcazioni, alto più di tre metri di altezza. Non sono di alto fusto, di conseguenza, meli, peri, susini, peschi, sambuchi, evonimi, ecc.
La distinzione va sempre riferita allo sviluppo libero della pianta in condizioni di normalità. Poco importa se poi si tiene tagliato l’albero regolarmente.
La Cassazione infatti afferma il tipo di crescita va valutato senza considerare come si gestisca l’albero.
La decisione parrebbe irrazionale ed in contrasto con l'art. 892 C.C. che prevede però distanze ridotte per castagni e robinie potati con taglio ceduo al piede.
b) per le piante non di alto fusto, dette anche di “mezzo fusto”, la distanza minima dal confine è pari a 1,5 m. La norma stabilisce che si considerano tali gli alberi il cui fusto si ramifica ad un altezza inferiore a 3 m.
c) per gli arbusti (anche più alti di 3,0 m) quali le viti, le piante rampicanti, le siepi vive, le piante da frutto di altezza non superiore a due metri e mezzo (pare che il legislatore si riferisca all'altezza del tronco prima delle biforcazioni),  la distanza minima di impianto è invece ridotta a mezzo metro dal confine.
 
A questa regola generale fanno eccezione:
- le siepi di piante che vengono ottenute recidendole in modo da sfruttare i polloni del ceppo (castagno, ontano, ecc.), da piantare ad un metro di distanza;
- le siepi di robinie, da piantare ad un metro e mezzo.
 
Il legislatore contempla quindi tre tipi di siepi:
- siepi di canne, cespugli, arbusti anche più alti di 3 m, vincolati alla distanza minima di mezzo metro;
- siepi di ceppaie (piante di alto fusto tagliate periodicamente vicino al ceppo), vincolate alla distanza minima di 1,0 m;
Per queste la Cassazione ha affermato che la regola vale per ogni tipo di pianta di alto fusto usata per siepi a taglio regolare annuale.
- siepi di robinie, vincolate alla distanza minima di 2,0 m.
Le distanze ora viste non devono essere osservate quando sul confine vi è un muro (ovviamente senza aperture), poco importa se comune o di proprietà esclusiva di uno dei due confinanti, a condizione che le piante siano potate in modo da non superare l'altezza del muro.
Ricordo che il muro sul confine può essere alto fino a tre metri (art. 878 CC).
Se però si ha il diritto di tenere sul confine un muro di maggior altezza, anche le piante possono essere fatte crescere vicino ad esso fino alla sua altezza.
Ciò vale anche per il caso in cui sul confine vi sia il muro di una costruzione qualsiasi, privo di aperture; in questo caso le piante devono rispettare la distanza dagli spigoli iniziali e finali del muro (non si può piantare l'albero sullo spigolo della casa altrui).
La presenza di altro tipo di recinzione quale una rete, filo spinato, staccionata, non incide sulle distanze in esame. 
Ciò significa che il confinante in questo caso non può protestare ed agire prima che le piante abbiano superato l'altezza del muro.
 
Piante già esistenti
La seconda situazione dà origine a situazioni più complesse in quanto occorre distinguere i casi in cui si è acquisito il diritto di tenere la pianta a distanza minore di quella legale, da quelle in cui il diritto non è ancora stato acquisito.
Il diritto in questione (in termini tecnici è una servitù) può essere acquisito o per contratto, o per "destinazione del padre di famiglia" (ad esempio a seguito di divisione del terreno il confine è venuto a trovarsi presso l'albero oppure il proprietario dell'albero ci ha venduto il terreno stesso confinante) oppure per usucapione ventennale.
Quest’ultimo caso è il più frequente e si realizza quando il confinante per almeno vent'anni non reagisce al fatto che una pianta sul fondo vicino cresca a distanza non legale (i venti anni non decorrono dal momento in cui l'albero germoglia dal seme, ma dal momento in cui è chiaro, in concreto, che diverrà una pianta superiore e tre metri). 
Si tenga inoltre presente che per le piante anteriori al 1942 valgono le diverse distanze legali indicate dal precedente codice civile del 1865, comunque pressoché identiche.
Se il diritto non è ancora stato acquisito, il confinante può richiedere in qualunque momento che l'albero venga reciso o ridotto nel senso già detto sopra.
Nel caso in cui si è acquisito il diritto, si può conservare l'albero, ma se questo muore o viene abbattuto non può essere sostituito. In altre parole il diritto sussiste "vita natural durante" dell'albero.
La Cassazione ha detto che per quelle piante di cui si sfruttano i polloni (esempio il castagno), il taglio dell'albero non obbliga all'eliminazione della ceppaia.
Unica eccezione: la legge consente di sostituire l'albero o gli alberi che facciano parte di un filare lungo il confine.
Non è chiaro invece cosa succeda se viene tagliato l'intero filare anche se è probabile che si perda il diritto di ripiantarlo.
La Cassazione con sentenza 3289 del 6 marzo 2003 ha affermato il principio che se il vicino ha acquisito il diritto di tenere la pianta a distanza minore di quella prescritta, può impedire al proprietario del fondo confinante di costruire a meno della distanza prescritta dall'albero (cioè se vi è un albero di alto fusto, il vicino deve costruire ad almeno tre metri da esso); ma è verosimile che un albero in quella situazione non abbia vita lunga perché se muore, il vicino riacquista il suo diritto di costruire sul confine.
 
Rami, radici e frutti sul terreno altrui
L'art. 896 CC regola i rapporti del confinante con l'albero che lo "invade".
Scrive il legislatore che il proprietario di un terreno può, in qualunque tempo, costringere il vicino a recidere i rami di un albero (poco importa se a distanza legale o meno) che si protendono sul suo fondo.
Il legislatore ha regolato il caso più comune in cui per recidere i rami occorre salire sull'albero e quindi entrare sul fondo altrui; ha quindi stabilito che è il proprietario dell'albero a dover provvedere e che avrà la scelta tra tagliare l'intero ramo oppure accorciare il ramo in modo che non oltrepassi il confine.
Si deve ritenere però che anche il proprietario invaso, se vi riesce, possa tagliare, stando sul proprio terreno, quella parte di ramo che oltrepassa la linea ideale del confine.
Ed infatti per le radici il legislatore stabilisce che “…sempre possono essere tagliate lungo il confine le radici entrate nel fondo proprio…”
Riguardo ai frutti, quelli portati da rami protesi sul fondo altrui e cadutivi naturalmente, appartengono al proprietario del fondo su cui sono caduti.
Ciò significa che questi non ha diritto di raccogliere i frutti portati dai rami protesi sul suo fondo (e che spettano al proprietario dell'albero il quale può cercare di staccarli egli stesso), ma che deve attendere che i frutti cadano per cause naturali.
Solo in certe zone gli usi locali consentono al proprietario dell'albero di entrare nel fondo altrui per raccogliere i frutti caduti o per effettuare la raccolta.
Il diritto di recidere rami o radici di un albero può trovare limitazioni in particolari norme locali che sottopongano a tutela alberi di certe specie o dimensioni, quando la recisione comporti un danno irreparabile per l'albero stesso.
A proposto del diritto di protendere rami sul fondo altrui, la Cassazione è più oscillante dei rami al vento.
In una sua sentenza del 1980 e poi in una del 1999, ha affermato che sarebbe possibile acquisire non solo il diritto di servitù di tenere l'albero a distanza inferiore del consentito, ma anche quello di protendere i rami sul fondo del vicino.
Se così fosse verrebbe meno il diritto di far recidere i rami.
Nel 1978 e poi nel 1993 ha affermato esattamente il principio contrario negando l'esistenza di una simile servitù.
La prima giurisprudenza è, a mio avviso, errata per vari motivi:
  • L'art. 896 è chiaro nel dire che i rami possono essere recisi in qualunque tempo;
  • non è possibile calcolare un momento iniziale da cui far decorrere l'usucapione perché il ramo cresce continuamente e ogni giorno si concretizza una situazione nuova a cui il proprietario del fondo servente ha diritto di reagire.
E se così: i 20 anni decorrono dal momento della semina-piantagione oppure dal momento in cui il ramo ha superato il confine?
  • Se fosse valida la tesi della Cassazione, il proprietario del fondo servente non potrebbe togliere i rami per costruire nella zona su cui si protendono, con assurda limitazione del suo diritto di proprietà.
Ad ogni modo con sentenza n. 4361 del 27/03/2002 la Cassazione ha affermato che "Il diritto di fare protendere i rami degli alberi del proprio fondo in quello confinante non può essere acquisito per usucapione perché l'art. 896 cod. civ. implicitamente lo esclude, riconoscendo espressamente al proprietario del fondo sul quale i rami si protendono di poter costringere il vicino a tagliarli in qualunque tempo".
Un problema mai esaminato è quello che concerne la sorte non dei rami che invadano il fondo del vicino, ma quello del tronco stesso che, crescendo, invade il terreno del vicino (un esempio su tutti è il famoso castagno dell'Etna, detto dei 100 Cavalli, che aveva ben 18m di diametro).
 
Comunione di siepe e alberi
Le siepi tra due fondi si presumono comuni, salvo prova contraria; se la siepe recinge tutti i lati di un fondo si presume però che essa appartenga tutta al proprietario del fondo recintato.
Gli alberi entro la siepe e quelli sulla linea di confine si presumono egualmente comuni.
Se un albero serve da limite di confine può essere tagliato solo con il consenso del confinante.
 
Usi locali
La legge fa specifico richiamo ai regolamenti e agli usi locali che, se esistenti, prevalgono in tal caso sulle norme del codice.
Le norme regolamentari sono contenute, di solito, in regolamenti di polizia urbana o nei regolamenti del verde comunale.
Gli usi sono contenuti in raccolte curate dalle locali Camere di Commercio.
 
Azioni giudiziarie
Per ottenere il rispetto delle distanze legali o la recisione di rami occorre svolgere azione giudiziaria di negazione di servitù, rivolgendosi ad un legale; naturalmente solo quando il vicino non abbia dato seguito alle intimazioni di rito dopo lettera raccomandata.
In genere è cosa prudente evitare che si consolidino delle servitù e perciò, anche quando l'albero non dà noia è consigliabile pretendere dal vicino, prima che siano trascorsi i fatidici vent'anni, una dichiarazione in cui riconosce di non avere alcun diritto a tenere l'albero a distanza non legale. 
 
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