La salvaguardia del verde urbano - VerdeInVista

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La salvaguardia del verde urbano
 
Una città senza verde è invivibile, questo tutti lo sanno.
I cittadini lo amano, le associazioni ambientaliste lo pretendono e i politici lo promettono.
Le belle intenzioni, però, non sempre vengono rispettate nelle nuove realizzazioni e nemmeno nelle cure di gestione.
Quando i nuovi progetti del verde vengono realizzati curandone solo l’aspetto estetico assistiamo inevitabilmente, infatti,  ad opere che non daranno risultati di qualità perché la “bellezza” di queste idee rimarrà sulla carta e nelle fantasie del progettista ma non si materializzerà di fatto se la progettazione è avulsa dalla sostenibilità reale dell’ambiente.
Il verde urbano, conviene ricordarlo, è infatti sempre un fatto biologico e agronomico prima che folkloristico e architettonico.
Il verde, in altre parole, può anche essere un fatto estetico, poetico e filosofico ma, prima di tutto, è un fenomeno vivente con precisi bisogni di luce, acqua, suolo, calore ed equilibrio tra le essenze presenti.
Il verde, che sia forestale o urbano, che sia naturale o artificiale, ha sempre esigenze ambientali che causano vulnerabilità nei confronti del clima, delle disponibilità idriche, delle caratteristiche chimico-fisiche del suolo, delle parassitosi, della luminosità,  delle reti tecnologiche, delle opere edificate.
Questo significa che gli alberi in città non possono perciò essere solo “colore, forma, stile, disegno e poesia”.
Il  verde urbano è infatti un soggetto vivente forzatamente inserito in un contesto che di naturale ha ben poco e chi lo progetta non può perciò avere solo competenze di estetica dell’arredo o di architettura del paesaggio perché, se così è, cadiamo nel circolo vizioso del verde che dura poco, vive male, costa molto.
Sul piano operativo, la salvaguardia del verde richiede allora un semplice richiamo: il verde va progettato e gestito solo da chi ne ha la competenza scientifica e tecnica.
Va da sé che i cementi armati possano essere progettati solo da ingegneri e architetti come la difesa legale sia di competenza solo degli avvocati.
Allo stesso modo tutti sappiamo che la diagnostica e le prescrizioni sanitarie sono esclusiva del medico (o del veterinario se parliamo di animali) … ma la progettazione del verde, di chi è competenza?
La risposta sarebbe molto semplice perché basterebbe guardare i percorsi universitari che i giovani seguono nelle università.
Proviamo a riflettere su chi studia a livello universitario la botanica, la chimica dei suoli, l’idrologia, la fisiologia vegetale, la fitoparassitologia, l’assestamento vegetazionale, la  meccanica agraria, le costruzioni rurali, ecc…
La risposta lasciamola però all’intuizione del lettore e limitiamoci invece a ricordare che ancora oggi più della metà dei giardini pubblici sono progettati da chi queste materie non le conosce proprio perché non le ha nel curriculum degli studi.
Le leggi italiane, infatti, prevedono l’esclusiva competenza del dottore agronomo e del dottore forestale (accomunato da identiche competenze nello stesso Albo) solo nei progetti dei recuperi ambientali di cave e discariche o nelle progettazioni forestali.
Nelle opere a verde urbano, il verde viene invece visto ancora come semplice oggetto di arredo piuttosto che come soggetto vivente, senza la presenza obbligatoria dello specialista di settore già in fase di progetto.
Vista questa lacuna giuridica, si potrebbe però percorrere un’altra strada alternativa per riabilitare la qualità del verde urbano puntando sull’adozione di specifici regolamenti del verde pubblico nell’ambito degli strumenti urbanistici.
Ci riferiamo a norme o protocolli che prescrivono procedure da rispettare sia nelle fasi progettuali come anche nelle opere stradali che spesso vanno a devastare le alberature stradali.
Per quest’ultimo aspetto un forte elemento di tutela potrebbe venire dall’applicazione delle procedure di stima del danno biologico subito dagli alberi a seguito di azioni dolose o improprie.
La stima del danno biologico è infatti un metodo parametrico che, rifacendosi al tipo di essenza, alla sua posizione, al suo stato di salute pregresso al danno, alla sua dimensione, ecc…permette di monetizzare un danno subito dagli alberi.
I danni da potature malfatte, da scavi raso-tronco, da errori di progettazione o di manutenzione, diventano allora azioni a cui può corrispondere una sanzione che il Tribunale facilmente riesce ad addebitare al responsabile.
Il procedimento forse non ridarà vitalità alle migliaia di alberi danneggiati ogni anno nelle nostre città dall’incapacità e dall’incuria, ma sicuramente porterà fiato alle finanze pubbliche dei Comuni e costituirà un forte deterrente contro chi di verde ne capisce poco o nulla.
 
Fiorenzo Pandini - Dottore Agronomo
 
 
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